Antonio Mumolo, presidente di Avvocato di strada Onlus risponde alle dichiarazioni di Alfredo Cazzola, Candidato sindato al Comune di Bologna.

(DIRE) Bologna, 8 apr. – “Ho notizie certe che centinaia” se non “migliaia di persone hanno ottenuto la residenza a Bologna senza avere le condizioni per ottenerla. E’ stata concessa, anche
attraverso organizzazioni di avvocati, dalla nostra amministrazione.” Alfredo Cazzola

Ieri 8 aprile il candidato sindaco Cazzola ha rilasciato delle dichiarazioni sulle residenze “facili” che il Comune di Bologna negli ultimi anni avrebbe concesso alle persone senza dimora. Sono parole pesanti, che meritano alcune considerazioni.

Nelle sue dichiarazioni Cazzola sostiene di avere notizie che “centinaia se non migliaia di persone hanno ottenuto la residenza a Bologna senza avere le condizioni per ottenerla”.

Il dato è evidentemente falso e le “notizie certe” si riveleranno per quello che sono e cioè chiacchiere da bar. Risulta solo all’aspirante Sindaco, infatti, che qualcuno a Bologna abbia ottenuto la residenza senza averne diritto.

Se però questo fosse avvenuto, e Cazzola ne fosse a conoscenza come dichiara, il suo dovere è quello di fare nomi e cognomi delle persone che avrebbero violato la legge e di quelli che li hanno aiutati a farlo.

E’ però fin troppo facile prevedere che questi nomi non arriveranno. Trovarli comporterebbe uno sforzo di fantasia eccessivo anche per chi ha dimostrato di esserne molto dotato.
Sostiene poi Cazzola che la residenza sarebbe stata concessa anche attraverso organizzazioni di avvocati, che avrebbero quindi concorso a realizzare il fatto illecito di far ottenere la residenza a chi non ne aveva diritto.

Signor Cazzola lo ripetiamo: le chiediamo di fare nomi e cognomi anche di avvocati o organizzazioni che avrebbero commesso illiceità, perché un candidato sindaco non può essere né ambiguo né reticente. Se questi nomi non arriveranno dovremo pensare che c’è un candidato che si diverte a prendersela con chi non può difendersi e a denunciare reati inesistenti pur di farsi un po’ di pubblicità.

Ma la cosa davvero preoccupante delle dichiarazioni di Cazzola in tema di residenza è l’ignoranza che dimostra rispetto alla legge vigente, cosa ancor più grave per chi vuole fare il sindaco di una città come Bologna. E’ proprio il sindaco, infatti, il responsabile dell’anagrafe nella sua qualità di Ufficiale di Governo. Secondo la legge attuale, il Sindaco non ha nessuna discrezionalità nel concedere la residenza, che era e rimane diritto soggettivo non sottoposto a condizioni come il possesso di una casa o l’esistenza di un lavoro. Le uniche condizioni previste dalla legge sono la volontà di risiedere in un luogo e l’effettiva presenza in quel luogo.

Le attuali regole naturalmente non valgono solo a Bologna ma in tutto il territorio nazionale e tutti i comuni devono dare la residenza a quei cittadini che, per un motivo o per l’altro, finiscono in strada e vengono quindi cancellati dalle liste anagrafiche.

Lo sa bene l’altro candidato sindaco Giorgio Guazzaloca, che nel suo precedente mandato perse una causa perché non aveva concesso la residenza ad un cittadino italiano che viveva in un dormitorio.
Ho seguito io quella causa ed è stato il Tribunale di Bologna a ribadire ciò che la legge prevede e che l’aspirante sindaco ignora.
E allora signor Cazzola, nel grande complotto della “residenza facile”, insieme a loschi clochard, avvocati azzeccagarbugli e amministratori disonesti, avanza un posto anche per il Tribunale di Bologna?

Antonio Mumolo
Presidente Associazione Avvocato di strada Onlus

P.S.
Io penso che chi si trova in difficoltà vada aiutato.
Aggiungo così di seguito, ad esclusivo beneficio dell’aspirante sindaco, un breve compendio commentato e facilmente comprensibile delle norme esistenti in materia di residenza.
“Appare pacifico, in dottrina e in giurisprudenza, che qualsiasi attività tesa a limitare la concessione della residenza sia in palese contrasto con la normativa vigente (art. 43 codice civile, Legge 24.12.1954 n. 1228, D.P.R. 30.05.1989 n. 223 e Raccomandazioni ISTAT).

Con le Circolari n. 8 del 29 maggio 1995 e n.2 del 15 gennaio 1997 il Ministero dell’Interno ha condannato come contrari alla legge e lesivi dei diritti dei cittadini i comportamenti adottati da alcune amministrazioni comunali che, nell’esaminare le richieste di iscrizione anagrafica, avevano chiesto una documentazione comprovante lo svolgimento di attività lavorativa sul territorio comunale, ovvero la disponibilità di un’abitazione, oppure avevano proceduto all’accertamento dell’eventuale esistenza di precedenti penali a carico del richiedente l’iscrizione.

Infatti nella circolare 29 maggio 1995, n. 8 si legge che “non può essere di ostacolo alla iscrizione anagrafica la natura dell’alloggio, quale ad esempio un fabbricato privo di licenza di abitabilità ovvero non conforme alle prescrizioni urbanistiche, grotte, alloggi in roulottes”. Ciò perché lo scopo della legislazione anagrafica è documentare la situazione di fatto: tale funzione non può essere condizionata da preoccupazioni di ordine pubblico o di incolumità pubblica rispetto alle quali dovranno essere individuati strumenti specifici.

Negare la residenza implica l’impossibilità per l’individuo di godere dei diritti della personalità che trovano il loro fondamento nella Costituzione.
Chi è sprovvisto di residenza non può ottenere il rilascio della carta d’identità, il rinnovo della patente; non può esercitare i diritti politici, i diritti sociali ed economici: non può rivolgersi ai servizi sociali.

Paradossalmente proprio le fasce sociali di emarginazione estrema che maggiormente necessitano di assistenza non possono accedere ai servizi offerti dallo Stato.
In particolare l’assenza di una residenza impedisce il godimento di un diritto fondamentale come il diritto alla salute di cui all’art.32 Cost.

Infatti nel nostro Paese le prestazioni sanitarie sono erogate dalle AUSL e dai vari presidi sanitari diffusi sul territorio nazionale in base alla residenzialità degli utenti. Ne deriva allora che un senza fissa dimora cui è stata negata la residenza non può iscriversi al SSN e non ha un medico di base cui rivolgersi per attore la prescrizione di un farmaco o di una visita specialistica. Un senza fissa dimora tossicodipendente o alcoolista sprovvisto di residenza non può rivolgersi ai Sert e usufruire dei trattamenti di cura e riabilitazione offerti a tutti gli altri cittadini.
Chi non ha residenza è un cittadino invisibile e tale resterà finché non la ottiene.”

Antonio Mumolo
Presidente Associazione Avvocato di strada Onlus

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