Oggi l’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna ha approvato una mia risoluzione in sostegno al popolo curdo. Con la risoluzione ho chiesto alla Giunta di intervenire sul governo italiano perchè si attivi anche in sede di Unione Europea e di organismi internazionali:
– per attivare le misure umanitarie necessarie ad assistere il popolo curdo, coinvolgendo le organizzazioni non governative presenti in loco.
– per spingere il governo iracheno a fermare la repressione contro i curdi e a garantire la libertà di informazione.
– per cercare una soluzione capace di coniugare l’autonomia del popolo curdo e stabilità geopolitica della regione.

Qui il testo del mio intervento:

Risoluzione 5588
Assemblea legislativa Regione Emilia-Romagna, seduta del 14.03.18

Il Kurdistan è un’area di 450.000 chilometri quadrati suddivisa tra Turchia, Siria, Iran e Iraq. Il popolo curdo è composto da oltre 40 milioni di persone, che da decenni rivendicano una propria autonomia e indipendenza.

I curdi hanno avuto e continuano ad avere un ruolo cruciale nella lotta contro gli integralisti di Daesh e nel contrastare l’avanzata jihadista-salafita, basti pensare all’eroica difesa di Kobane e alla liberazione di Raqqa.
Dopo l’apprezzamento e la celebrazione internazionale dei curdi per il loro ruolo contro lo stato islamico sono iniziati invece gli attacchi.

Nel Kurdistan iracheno, dopo il referendum del settembre 2017 e la richiesta di interlocuzione con il governo iracheno, si è creato un clima di tensione. È iniziata una repressione contro il popolo curdo, con incendi di case, stazioni televisive chiuse, minacce e intimidazioni a giornalisti. Per questo nella risoluzione (depositata nel novembre dello scorso anno) chiedevamo un intervento per spingere il governo iracheno a fermare la repressione contro i curdi e a garantire la libertà di informazione.

Ancor più grave però è attualmente la situazione dei curdi in Siria e al confine con la Turchia.

Dal 20 gennaio di quest’anno la Turchia ha lanciato un attacco, dall’ipocrita nome “Ramoscello d’ulivo”, contro i guerriglieri curdi dello Ypg (Unità di protezione popolare), alleati degli Stati Uniti, in Siria. In particolare verso la regione di Afrin, Kobane e al-Qamishli, parte della regione autonoma curda Rojava, territori che i curdi hanno liberato dall’Isis. Fino ad ora quella, stando anche ai resoconti della Mezzaluna Rossa, era una delle aree più sicure e stabili della Siria, dove quindi si erano rifugiati centinaia di migliaia di sfollati negli ultimi 5 anni, nonostante la scarsità di aiuti internazionali. La popolazione, inizialmente di 200.000 abitanti, è aumentata fino ad arrivare a un milione dopo lo scoppio della guerra. La popolazione locale e gli sfollati, appartenenti a diversi gruppi etnici, hanno instaurato una convivenza pacifica, regolata da un auto-governo democratico.

L’obiettivo di Ankara è eliminare le Ypg e il loro partito, l’Unione democratica (Pyd), dal confine turco-siriano. Il governo turco giudica, infatti, Pyd e Ypg, appoggiati dagli Stati Uniti, dei gruppi terroristici a causa dei loro legami col Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). L’operazione militare della Turchia contro l’enclave curda di Afrin “potrebbe concludersi entro maggio”, quando Ankara vorrebbe attaccare il Pkk curdo anche nel nord dell’Iraq, annuncia il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, precisando di aver già avviato un dialogo con Baghdad in vista di una possibile offensiva dopo le elezioni irachene del 12 maggio.

L’attacco turco, via terra e con bombardamenti aerei, sta uccidendo soprattutto civili, inclusi bambini e anziani.
L’amministrazione autonoma di Afrin ha fatto appello al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite perché intervenga a fermare Ankara.

Nel loro appello si riporta che “oltre agli attacchi armati, l’esercito turco sta cercando di prendere di mira gli approvvigionamenti di acqua potabile, scuole e abitazioni”.

Secondo Nena news “La situazione nel cantone è terribile: al mezzo milione di sfollati che vivono ad Afrin, accolti in questi anni dai 500mila abitanti originari, se ne aggiungono altri. Fonti interne raccontano di famiglie che aprono le porte a chi ha perso la casa, ma ora la crisi si allarga a causa della mancanza di acqua e la scarsità di cibo e medicinali”.

Un giornalista italiano presente sul luogo, Jacopo Bindi, parla di più di 70 raid aerei al giorno, elicotteri d’assalto, tank, mortai e armi chimiche.

In questi giorni si stanno tenendo manifestazioni e presidi in tutta Europa. Con questa risoluzione vogliamo esprimere solidarietà al popolo curdo e ai civili sotto attacco e chiedere alla Giunta che si attivi presso il Governo perché promuova in tutte le sedi istituzionali opportune (Unione Europea, Consiglio d’Europa, ONU e Nato) i canali diplomatici per fermare gli attacchi indiscriminati nei confronti della popolazione di Afrin e dell’intero Rojava e per garantire le libertà democratiche. Invitiamo anche ad attivare le misure umanitarie necessarie ad assistere il popolo curdo, coinvolgendo le organizzazioni non governative presenti in loco.
Così scrivono le donne curde che si sono auto-organizzate per combattere contro i fondamentalisti: “Non vogliamo vendetta. Vogliamo i nostri diritti umani, vogliamo che venga la pace”.

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