Antonio Mumolo, presidente dell’Associazione Avvocato di strada Onlus, è stato intervistato dal settimanale di informazione bolognese La Stefani. Leggi l’intervista sul sito de La Stefani.

Antonio Mumolo: «Io, avvocato di strada»
di Antonella Salini

«Per fortuna questo è un Paese in cui ci sono tanti volontari», la premessa è così. Perché “volontario” è la parola chiave per leggere la storia di Avvocato di strada, l’associazione che fornisce assistenza legale gratuita ai senza tetto. 450 in Italia (in 19 diverse città), una sessantina solo a Bologna, sono gli avvocati che da dieci anni si mettono a disposizione di chi non ha una casa, persone che «per strada ci rimarrebbero per tutta la vita se non avessero un avvocato». Le parole sono del “padre” della Onlus, Antonio Mumolo, giuslavorista brindisino a Bologna da quasi 27 anni.

«Eravamo in due, quando abbiamo cominciato. Io e una collega penalista, poi sono arrivati gli altri. Tutti volontari. Non è un’opera di carità, è un atto di assistenza necessaria», questo è l’inizio della storia.

Come si incontrano un avvocato e un senza tetto?

«All’inizio eravamo noi ad andare nei dormitori, nelle mense, nei posti in cui potevamo incontrare i senza dimora. Lì per lì ci guardavano con diffidenza, poi hanno visto che ci andavamo con regolarità e hanno capito che si potevano fidare. Poi, le persone di strada parlano tra di loro, si è sparsa la voce che eravamo affidabili e hanno iniziato a cercarci».

Avvocato di strada (che è un progetto nato dall’Associazione Amici di Piazza Grande) esiste dalla fine del 2000. In questi anni è cambiato il profilo degli assistiti?

«Sì. È cambiato soprattutto negli ultimi tre anni. In passato ci occupavamo di persone che avevano problemi psichici, di dipendenza da alcool o droghe e che per queste loro condizioni finivano a vivere per strada. Da tre anni a questa parte, invece, sulla strada abbiamo incontrato persone completamente diverse, che sono diventate povere inaspettatamente. Imprenditori falliti, disoccupati, anziani che devono mantenere i figli e i nipoti e che non ce la fanno più a pagare un affitto diventato ormai carissimo».

Qual è il primo problema legale di un senza dimora?

«La residenza, cui ogni cittadino italiano ha diritto. La nostra prima causa, vinta contro il Comune di Bologna, fu proprio per questo motivo. Chi vive per strada non ha, ovviamente, un indirizzo di riferimento, ma se non ottiene la residenza perde di conseguenza il diritto alla salute, il diritto al lavoro, il diritto alla pensione. Avere la residenza è fondamentale. La questione si risolve così: sui documenti si inserisce un indirizzo fittizio che però garantisce il possesso di una residenza. Qui a Bologna c’è scritto che abitano in via Mariano Tuccella, dal nome del senza tetto ucciso per strada nel 2007. Una persona che è morta solo e soltanto perché era povera».

Per far sì che i senza tetto abbiano una residenza, non ci si può rivolgere ai servizi sociali?

«No, perché i servizi sociali non possono chiedere un aiuto legale al Comune. Non è previsto».

Il Comune di Bologna, nell’ultimo anno, ha ridotto di molto i fondi per il welfare…

«Il Comune di Bologna è commissariato. Credo che, anche per i tagli, non si potesse fare diversamente da come si è fatto. Non si potevano evitare. Certo, io avrei tolto i fondi da qualche altra parte, avrei lasciato qualche buca in più e tenuto aperto il drop-in ecc. Però per queste cose serve una gestione politica. Serve il sindaco».

Un primo passo è già stato fatto, con le primarie di domenica scorsa.

«È stata una bella risposta della città. 28.000 persone che vanno a votare è una cosa bellissima, è una vittoria democratica. Poi, di Merola il programma già si conosce, speriamo diventi sindaco e continui a pensarla come ora, anche con l’aiuto di Frascaroli che è esperta di problemi sociali».

Voi avete pubblicato un libricino in cui ci sono tutte le indicazioni per chi è senza casa, dai dormitori, alle mense, ai posti in cui poter avere dei vestiti e moltissime altre informazioni utili, anche per chi è appena uscito dal carcere. Una vera e propria guida. Siete stati i primi a farlo. Perché non ci aveva pensato il Comune?

«Eh… Perché… non poteva farlo. Sono venuti anche dalla Francia a conoscerci e fare uno studio su di noi; ci hanno detto che da loro alcune nostre attività sono competenza dello Stato. Da noi no».

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